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Inerenza OK per le spese di sponsorizzazioni a favore delle associazioni sportive dilettantistiche

L’articolo 90, co. 8 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, stabilisce che “Il corrispettivo in denaro o in natura in favore di società, associazioni sportive dilettantistiche e fondazioni costituite da istituzioni scolastiche, nonché di associazioni sportive scolastiche che svolgono attività nei settori giovanili riconosciuta dalle Federazioni sportive nazionali o da enti di promozione sportiva costituisce, per il soggetto erogante, fino ad un importo annuo complessivamente non superiore a 200.000 euro, spesa di pubblicità, volta alla promozione dell’immagine o dei prodotti del soggetto erogante mediante una specifica attività del beneficiario, ai sensi dell’articolo 74, comma 2, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917.

L’amministrazione finanziaria ha sempre tentato di disconoscere la deducibilità del costo pubblicitario al soggetto erogante qualora avesse ravvisato la carenza dei requisiti di inerenza ed economicità della spesa previsti dal Tuir.

Di diverso avviso, invece, la Corte di Cassazione che con due recenti ordinanze ravvicinate nel tempo

– Ordinanza del 21 marzo 2017, n. 7202 –  ha dapprima chiarito che: “la L. n. 289 del 2002, art. 90 cit., comma 8, consente, in via di presunzione legale assoluta, di ritenere applicabile ai contributi erogati, entro il limite sopra indicato, in favore di società o associazioni sportive dilettantistiche, la qualificazione di spese di pubblicità volta alla promozione dell’immagine o dei prodotti del soggetto erogante mediante una specifica attività del beneficiario.” e se del caso l’eventuale mancata iscrizione al Registro del CONI delle Società/Associazioni sportive dilettantistiche comporta esclusivamente “il difetto di prova a carico delle beneficiarie dello status di società o associazione sportiva dilettantistica  e quindi il difetto di prova in ordine ad uno dei requisiti in relazione ai quali il citato articolo 90, comma 8, legge 289/2002 consente, in via di presunzione legale assoluta di ritenere applicabile ai contributi erogati entro il limite  indicato, in favore i società o associazioni sportive dilettantistiche,  la qualificazione di spese di pubblicità” e successivamente con

– Ordinanza del 6 aprile 2017, n. 8981 è andata ancora oltre illustrando tutti gli aspetti normativamente rilevanti affinché la spesa non sia sindacabile da parte dell’AF: “Non è infatti dubbio che la seconda disposizione legislativa evocata abbia sancito una presunzione legale di inerenza/deducibilità delle spese de quibus sino alla concorrenza di euro 200.000, qualora erogate a associazioni sportive dilettantistiche, «se (a) il soggetto sponsorizzato sia una compagine sportiva dilettantistica, (b) sia rispettato il limite quantitativo di spesa, (c) la sponsorizzazione miri a promuovere l’immagine ed i prodotti dello sponsor, (d) il soggetto sponsorizzato abbia effettivamente posto in essere una specifica attività promozionale (es. apposizione del marchio sulle divise, esibizione di striscioni e/o tabelloni sul campo da gioco, etc.)» (così Sez. 5 n. 5720/2016).

Orbene, risultando nel caso di specie incontestata la ricorrenza di detti presupposti ricavabili dalla disposizione legislativa in esame, sono da ritenersi ultronee le considerazioni fatte sul punto dalla CTR con riguardo alla registrazione e la certezza di data del contratto con la sponsee X e la omissione della dichiarazione reddituale annuale da parte dell’altra sponsee Y.

Ugualmente irrilevante deve considerarsi l’ulteriore considerazione del giudice di appello circa la “antieconomicità” della spesa in esame, in ragione della affermata irragionevole sproporzione tra l’entità della stessa rispetto al fatturato/utile di esercizio della società contribuente. In ordine a quest’ultimo profilo deve infatti ribadirsi che quella sancita dall’art. 90, comma 8, legge 289/2002 è una “presunzione assoluta” oltre che della natura di “spesa pubblicitaria”, altresì di inerenza della spesa stessa fino alla soglia, normativamente prefissata, dell’importo di euro 200.000, trattandosi nel caso di specie di esborsi che sono pacificamente ben al di sotto di tale limite.

Alla luce della lettura della norma da parte della Corte di cassazione le spese di pubblicità a favore di associazioni/società sportive dilettantistiche non sono contestabili da parte dell’Agenzia delle entrate se:

(a) il soggetto sponsorizzato è una associazione o società sportiva dilettantistica regolarmente iscritta al registro del CONI;

(b) non eccedano l’importo annuo di euro 200.000;

(c) la sponsorizzazione mira a promuovere l’immagine e i prodotti dello sponsor;

(d) il soggetto sponsorizzato ha effettivamente posto in essere una specifica attività promozionale (es. apposizione del marchio sulle divise, esibizione di striscioni e/o tabelloni sui campi di gioco, etc.);

e qualora risultino rispettati tutti gli elementi di cui sopra anche se:

(e) il contratto di sponsorizzazione sia non registrato e privo di data certa;

(f) l’associazione/società sportiva dilettantistica beneficiaria abbia omesso di presentare la dichiarazione dei redditi per quell’anno d’imposta;

(g) l’entità della spesa appaia sproporzionata rispetto al fatturato/utile di esercizio dello sponsor.


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