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Rinvio IRI 2018 – abuso di Stato del diritto?

La legge di Bilancio 2018 in itinere in Parlamento dovrebbe rinviare al 1° gennaio 2018 l’entrata in vigore dell’imposta sul reddito imprenditoriale con aliquota al 24% (IRI), introdotta nell’ordinamento dalla Legge di Bilancio 2017.

La scelta del legislatore, se confermata, non sarà priva di conseguenze, poiché tutto il reddito prodotto nell’anno 2017 si renderà ancora imponibile per trasparenza ai sensi dell’articolo 5 del Tuir, ossia in proporzione alle rispettive quote di partecipazione, a prescindere dall’effettivo incasso.

La legittima pianificazione fiscale fatta dai soggetti beneficiari del nuovo regime fiscale, potrebbe trovarsi, allora, a dover fare i conti con la sopraggiunta e imprevedibile necessità di reperire liquidità per fronteggiare il maggior carico di imposte dirette d’esercizio. Non solo, gli stessi soggetti potrebbero addirittura trovarsi sanzionabili relativamente agli acconti d’imposta, qualora li avessero determinati con il metodo previsionale basandosi sui prelievi programmati o addirittura azzerati per la disponibilità di riserve preesistenti.

Il rinvio dell’IRI, se attuato sic et simpliciter senza correttivi, equivarrà a un vero e proprio “abuso del diritto” da parte dello Stato perpetrato sulla base dell’antico brocardo «l’abuso non vieta l’uso» (Abusus non tollit usum), in disprezzo dei principi costituzionali di legalità, capacità contributiva e di certezza dei rapporti giuridici, nonché dei principi dello Statuto dei diritti del contribuente.

L’abuso del diritto, infatti, secondo l’interpretazione giurisprudenziale si ha quando: “il titolare di un diritto soggettivo, pur in assenza di divieti formali, lo eserciti con modalità non necessarie ed irrispettose del dovere di correttezza e buona fede, causando un sproporzionato ed ingiustificato sacrificio della controparte contrattuale, ed al fine di conseguire risultati diversi ed ulteriori rispetto a quelli per i quali quei poteri o facoltà furono attribuiti” (Cass. Civ. 2009/20106).

Pertanto, il divieto di abuso del diritto elaborato dalla giurisprudenza – ora codificato anche nell’ordinamento tributario – funzionando da correttivo alle situazioni di vantaggio che un soggetto può ottenere anche dall’uso normale di una norma, quando scollegata ai principi che fungono da standard di comportamento, quali la buona fede, la morale, la giustizia o il rispetto della finalità della norma stessa, dovrebbe a ben vedere essere impedito in prima battuta allo stesso legislatore quando dalla sua azione discende un’ingiustificata contrazione dei diritti del contribuente, soprattutto se le presunte superiori ragioni di bilancio e di tenuta dei conti pubblici a cui mira il sacrificio richiesto potrebbero essere meglio soddisfatte attuando altre politiche quali ad esempio alcuni degli interventi indicati dalla spending review.

Il divieto di abuso del diritto imputato “moralmente” al legislatore è conforme alla sua funzione e non può perdere di significato sebbene non legiferato.

Deve rilevarsi, infatti, che il divieto di abuso di diritto opera in maniera casistica, in funzione delle circostanze proprie di ogni situazione di fatto e giuridica e, soprattutto, presuppone sempre un giudizio di valore, che non è totalmente estraneo ad una valutazione legata all’equità o di ordine morale. Questa particolare caratteristica di standard giuridico è inerente alla natura e alla funzione della nozione di abuso: il giudizio deve essere effettuato in termini di normalità, più che di normatività. In altri termini, se l’identificazione di un comportamento abusivo potesse essere oggetto di un inquadramento normativo preventivo, il concetto stesso diverrebbe inutile. È esattamente questo il motivo per cui il concetto di abuso rinvia ad una valutazione metagiuridica che opera come “valvola” al formalismo giuridico, come altre clausole generali, quali la buona fede o l’equità. (Cfr. A. GAMBARO, Abuso del diritto II) diritto comparato e straniero)

Questo evocato abuso sarebbe, nel caso, percepito come particolarmente ingiusto e destabilizzante, andando a minare alla base la certezza dei rapporti giuridici, che fin dalle sue origini è stata considerata una caratteristica essenziale e costitutiva del diritto al punto di partecipare stabilmente alla costruzione della nostra Costituzione.

E così il livello di maturità del diritto interno, sospinto a sua volta dal diritto UE, dovrebbe finalmente autoregolamentarsi in tal senso per impedire ogni possibile uso distorto del potere legislativo di modo che tutti possano attendersi di “essere retti da regole e vivere in una società in cui l’attuazione dei poteri pubblici è prevedibile è elemento costitutivo della giustizia“. (Norberto Bobbio – Il positivismo giuridico – 1961).


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