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Limiti alla responsabilità solidale dell’amministratore dell’associazione non riconosciuta

È confermato anche ai debiti di natura tributaria il principio sancito dalla Corte di Cassazione in tema di responsabilità personale e solidale, ex art. 38 c.c., di coloro che agiscono in nome per conto di un’associazione non riconosciuta. Secondo la Corte di Cassazione questa responsabilità non è legata alla semplice titolarità della rappresentanza dell’associazione, bensì all’attività negoziale concretamente svolta per conto di essa e risoltasi nella creazione di rapporti obbligatori tra questa e i terzi.

La conferma arriva dalla Commissione Tributaria Regionale del Veneto con la sentenza n. 160/2017 depositata il 30.1.2017, la quale, conformandosi all’orientamento giurisprudenziale della Cassazione in tema di responsabilità personale e solidale delle persone che hanno agito in nome e per conto di un’associazione non riconosciuta ex art. 38 c.c., ha affermato che “nell’identificare il soggetto o i soggetti solidalmente responsabili per il debito di imposta non è sufficiente la prova in odine alla carica rivestita, ma occorre individuare il soggetto che, in forza del ruolo rivestito, ha diretto la complessa gestione nel periodo considerato”. Pertanto la carica formale di rappresentante di una associazione non è elemento né necessario né sufficiente, pur essendo il primo riscontrabile, per configurare la responsabilità solidale ex art. 38 c.c..

Quindi, il legale rappresentante di un’associazione non riconosciuta che abbia rivestito ruoli meramente formali non deve rispondere personalmente e solidalmente dell’obbligazione tributaria se gli atti di amministrazione e quelli relativi all’adempimento dell’obbligazione tributaria stessa, non sono stati da lui compiuti. In via solidale risponderanno, viceversa, chi ha effettivamente compiuto glia atti da cui scaturisce la responsabilità codicistica (direttore generale, tesoriere, segretario dell’associazione, ecc.).

L’esimente per il legale rappresentante va però opportunamente dimostrata, sebbene viga il principio giuridico secondo cui chi invoca in giudizio tale responsabilità – compresa l’Agenzia delle Entrate – ha l’onere di provare la concreta attività svolta in nome e nell’interesse dell’associazione, non essendo sufficiente la prova in ordine alla carica rivestita all’interno dell’ente (cfr., ex plurima, Cass. n. 26290/07, n. 25748/08, Cass. n. 20485/13, Cass.  n. 12473/2015), come ricordato dalla stessa CTR “nell’identificare il soggetto o i soggetti solidalmente responsabili per il debito di imposta non è sufficiente la prova in odine alla carica rivestita, ma occorre individuare il soggetto che, in forza del ruolo rivestito, ha diretto la complessa gestione nel periodo considerato”.

Nel caso risolto dalla CTR Veneto il legale rappresentante a sostegno delle sue ragioni allegava ai ricorsi l’atto di denuncia querela che egli aveva depositato in precedenza presso la Procura della Repubblica competente per tali fatti in sede penale in cui dava conto che altri soggetti dell’associazione a sua insaputa, avevano stipulato svariati contratti di sponsorizzazione avvalendosi di deleghe con firme apocrife, e dimostrando così la sua completa estraneità e non responsabilità “In realtà, dagli atti di causa, anche a voler omettere di considerare probante la denuncia querela, è possibile dedurre che nella conduzione della attività sociale […] era del tutto estraneo, in quanto la complessa gestione associativa, resa ancor più complessa, a giudizio dell’odierno giudicante, proprio dalle modalità tutt’altro che limpide poste in essere, era affidata a […], tesoriere, a […], direttore generale e […], segretario, ai quali va attribuita la responsabilità dei fatti, formalmente ascritti al presidente, la cui firma in molti casi risulta apposta con modalità manipolatorie o addirittura falsificata. Questa descrizione fattuale risulta avvalorata non solo dalla denuncia, ma da due documenti ad avviso del Collegio inoppugnabili: il primo è il processo verbale della Guardia di Finanza […]. Il secondo è la relazione svolta in esito all’attività di p.g. nel processo penale attivato dalla denuncia: il Collegio è consapevole dell’autonomia – e diversità – tra processo penale e processo tributario, ma è anche consapevole che le risultanze processuali penali possono costituire per il giudice tributario elementi che lo stesso può liberamente valutare, quando attengono alle medesime fattispecie in esame. […] Ritiene il Collegio che, anche se non è concluso il processo penale, il cui esito potrebbe costituire ulteriore elemento di valutazione, l’estraneità del sig. […] alla concreta conduzione dell’associazione sia documentata e provata […]”.

La sentenza citata, infine, è interessante perché contiene tra le righe anche un altra importante presa di posizione accogliendo l’ammissibilità e l’efficacia nel processo tributario delle prove acquisite nel processo penale “il Collegio è consapevole dell’autonomia – e diversità – tra processo penale e processo tributario, ma è anche consapevole che le risultanze processuali penali possono costituire per il giudice tributario elementi che lo stesso può liberamente valutare, quando attengono alle medesime fattispecie in esame”.

Polizza vita – i premi versati sono sequestrabili

La Corte di Cassazione, con la sentenza del 13 marzo 2017, n. 11945, si è nuovamente pronunciata sulla legittimità del sequestro preventivo avente ad oggetto una polizza assicurativa sulla vita.

Il divieto di sottoposizione ad azione esecutiva e cautelare stabilito dall’art. 1923 cod. civ. attiene esclusivamente alla definizione della garanzia patrimoniale a fronte della responsabilità civile e non riguarda la disciplina della responsabilità penale, nel cui esclusivo ambito ricade invece il sequestro preventivo (così Sez. 6, n. 12838 del 10/11/2011, dep. 4/04/2012, Cardilli, Rv. 252547; Sez. 2, n. 16658 del 17/04/2007, dep. 2/05/2007, Viada, Rv. 236591). Né potrebbe affermarsi il divieto di sequestro alla stregua dei principi affermati dalla Corte di Cassazione in materia di sequestro conservativo disposto nel processo penale (Sez. 5, n. 43026 del 24/09/2009, dep. 11/11/2009, Viada, Rv. 245434), trattandosi in quel caso della stessa misura prevista dal codice di rito civile posta a tutela della garanzia patrimoniale a fronte della responsabilità per obbligazioni di natura civilistica e la cui realizzazione coattiva è strutturata sul modello dell’espropriazione forzata.

Quanto, infine, alla legittimità del sequestro in caso di contratto di assicurazione a favore di un terzo, il carattere autonomo del diritto acquistato dal beneficiario, ai sensi dell’art. 1920, comma 3, cod. civ., a mente del quale “per effetto della designazione il terzo acquista un diritto proprio ai vantaggi dell’assicurazione”, non esclude che i premi versati dall’indagato possano essere sottoposti a sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente. Infatti, anche a seguito del pagamento delle relative somme, il denaro non può, comunque, considerarsi come definitivamente uscito dal patrimonio del contraente, venendo accantonato in modo irreversibile ai fini del successivo pagamento al beneficiario, considerata la possibilità di revoca del beneficio, contemplata dall’art. 1921 cod. civ. (secondo cui la designazione del beneficiario è revocabile con le forme con le quali può essere fatta a norma dell’articolo precedente, salvo che sia intervenuta la morte del contraente) e considerata, altresì, la possibilità di riscatto e riduzione della polizza ex art. 1925 cod. civ.. Per tale ragione, la Corte di Cassazione ha condiviso la decisione del Tribunale del riesame, secondo cui le somme in questione (i premi versati in una polizza vita a favore del coniuge), in quanto comunque riconducibili alla disponibilità dell’indagato, ovvero alla possibilità da parte di quest’ultimo di esercitare sui beni de quibus un potere anche informale ma comunque diretto ed oggettivo (cfr. v. Sez. 3, n. 4097 del 19/01/2016, dep. 1/02/2016, Tomasi Canovo, Rv. 265844), devono ritenersi assoggettabili al sequestro finalizzato alla confisca per equivalente secondo quanto stabilito dall’art. 12-bis del d.lgs. n. 74 del 2000 (reati tributari).

Accertamento bancario anche ai privati

La Corte di Cassazione, sezione V Civile, con la sentenza n. 2432 depositata il 31 gennaio 2017 ha definitivamente sancito che gli accertamenti bancari di cui all’articolo 32, co. 1, n. 2 del D.P.R. n. 600/73, sono un legittimo strumento di contrasto all’evasione fiscale nella disponibilità dell’Amministrazione finanziaria anche per verificare soggetti privati non dotati di un numero di partita IVA. I versamenti sui conti correnti per contanti – senza l’utilizzo di mezzi finanziari tracciabili – anche nel caso del privato, possono integrare la presunzione legale relativa di redditi occulti.

Revoca agevolazioni “prima casa” ne risponde anche il venditore

La Corte di Cassazione – sezione tributaria – con la sentenza n. 24400 del 30 novembre 2016, ha stabilito che risponde dell’omesso versamento dell’imposta di registro in via solidale con il compratore, anche il venditore dell’unità immobiliare acquistata con il beneficio “prima casa”, qualora le condizioni che giustificano la successiva revoca del beneficio da parte dell’amministrazione finanziaria dipendono da circostanze non imputabili in via esclusiva all’acquirente, ma ad altri fatti oggettivi, quali le caratteristiche di lusso dell’immobile: “Il motivo è fondato in quanto nel caso di specie la decadenza dai benefici “prima casa” era dovuto a circostanza (le caratteristiche di lusso dell’immobile ai sensi del Decreto Ministeriale 2 agosto 1969) non imputabile in via esclusiva ad un determinato comportamento dell’acquirente (come avrebbe potuto essere una eventuale sua dichiarazione mendace sulla sussistenza dei presupposti del trattamento agevolato: in merito alla dichiarazione mendace v. Cass. n. 13141 del 2016). Operava, quindi, in capo al venditore la solidarietà dell’obbligazione tributaria di cui al citato articolo 57, comma 1.“.

Niente sanzioni per il professionista soggetto a IRAP

La Corte di Cassazione, sez. VI Civile – T, con ordinanza n. 25853 del 26 ottobre 2016, depositata il 15 dicembre 2016, ha sancito il seguente principio in materia di debenza IRAP in capo al professionista: “l’incertezza giuridicamente rilevante è quella, di carattere obiettivo, concernente le norme tributarie, la cui violazione da parte del contribuente, determina l’emissione dell’avviso di accertamento e l’irrogazione delle sanzioni (Cass. n. 11096/2011). Si è, altresì, ritenuto sussistere tale incertezza, quando il complesso normativo di riferimento si articoli in una pluralità di prescrizioni, il cui coordinamento si riveli concettualmente difficoltoso, a causa della relativa equivocità e, in applicazione di tali principi, in sede di legittimità è stato inoltre rilevato che la questione relativa alla rilevanza impositiva IRAP del reddito professionale, è stata oggetto di articolato e complesso dibattito, sia in dottrina come pure in giurisprudenza (Cass. n. 4394 del 24.2.2014). Dibattito ripreso e solo di recente concluso a seguito delle pronunce delle Sezioni Unite (sentenza n.9541/2016)”.

Tale principio di diritto presuppone che per il professionista – sebbene autonomamente organizzato ai fini dell’IRAP e quindi debitore dell’imposta – sia configurabile l’esimente dell’obiettiva incertezza normativa che comporta la disapplicazione delle sanzioni tributarie.

Infatti il concetto di “autonoma organizzazione” è stato incerto e dibattuto, con prese di posizioni non univoche, fino alla sentenza delle Sezioni Unite della Corte di cassazione n. 9451/2016, rendendosi così applicabile l’art. 8 del Decreto legislativo del 31 dicembre 1992 n. 546: “La commissione tributaria dichiara non applicabili le sanzioni non penali previste dalle leggi tributarie quando la violazione è giustificata da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle disposizioni alle quali si riferisce.“.

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